NBA lockout: Stern lancia l’ultimatum

“La nostra ultima offerta é: 51% degli introiti derivanti dal basket ai giocatori, 49% ai proprietari. L’Unione ha tempo fino a mercoledì prossimo per accettarla”. Parole, dure, pronunciate direttamente dal Commissioner David Stern.

Si è concluso così, verso l’1.45 di stanotte ora di NY (le 6.45 del mattino in Italia prima che entrasse negli USA l’ora solare), nella maniera peggiore possibile, l’incontro di 8 ore e mezza tra la NBA e l’Associazione Giocatori a Manhattan, meeting al quale ha partecipato il mediatore federale (ed ex avvocato della NBPA) George Cohen. Nelle sette ore precedenti, a partire dalle 10am ora di NY, le parti si erano riunite e incontrate con Cohen separatamente.

I proprietari hanno annunciato che se la NBPA non accetterà l’ultima proposta su Basketball Related Income entro la deadline del prossimo 9 novembre,  irrevocabilmente torneranno sui propri passi, ovvero non saranno disposti a concedere più del 47% (una delle offerte iniziali, anche se si dice che la prima offerta sia stata a luglio addirittura del 37%) e sosterrebbero l’ipotesi primaria di “hard cap” stile NHL.

Nell’ultima riunione di due giovedì fa, i proprietari si impuntarono sul 50/50, ed  i giocatori restarono fermi sul 52.5%. Stanotte gli owners hanno proposto il 51%, e l’Associazione giocatori inizialmente avrebbe accettato la proposta. Ma allora perchè si è arrivati all’ennesima rottura?. Il motivo è semplice: la NBPA ha comunicato che accetterà il 51% soltanto se i proprietari daranno maggiori concessioni sugli altri aspetti della disputa, ovvero sul cosiddetto “sistema” (salary cap, contratti, ecc..), settore dove in pratica accordi erano già stati presi.

Ma che ora sono stati rimessi in discussione dai giocatori, disposti a rinunciare ai circa 60 milioni di dollari persi nello scendere dal 52.5 al 51% per tentare di riguadagnarli attraverso, appunto il “sistema”. L’ulteriore richiesta da parte di Hunter sarebbe inoltre stata quella di aumentare l’importo pensionistico per i giocatori ritirati del passato e del futuro. Richieste ritenute inaccettabili dai proprietari, che sostanzialmente offrono il 51%, ma lasciando invariati gli accordi già raggiunti su durata/garanzia/importo massimo contratti, su eccezioni al salary cap (Larry Bird, mid-level, ecc…) e sulla tassa di lusso.

Ci va giù duro l’avvocato della NBPA Jeffrey Kessler: “I giocatori non si faranno intimidire (dall’atteggiamento dei proprietari, ndr). Non vedono l’ora di giocare, certo, ma lo faranno solo a patto di garantire a tutti gli associati le condizioni ideali per farlo, senza sacrificare il loro futuro.”.  Kessler ha inoltre affermato che i proprietari avrebbero in realtà offerto il 50.2% subito, con la possibilità poi di arrivare al 51% dopo un paio di stagioni su un CBA che dovrebbe avere durata decennale (il precedente è durato sette anni).

“E’ l’ennesimo giorno triste per i nostri tifosi, gli impiegati delle nostre arene NBA, i parcheggiatori, i commercianti e tutti coloro che non avranno un lavoro finchè la NBA è ferma”, ha commentato un laconico Derek Fisher, presidente di un’Associazione Giocatori che è apparsa fortemente indebolita negli ultimi giorni, alle prese con una spaccatura nel suo interno che potrebbe portare addirittura al suo scioglimento.

Lo scorso giovedì, infatti, al termine della riunione della NBPA, è emerso che una cinquantina di giocatori NBA, tra cui Paul Pierce e Deron Williams (che non ha mancato di farlo notare sui social network), si sarebbero rivolti ad un avvocato esperto di leggi sull’antitrust, per verificare se vi fossero le condizioni per decertificare l’Unione. L’ala più intransigente avrebbe messo sotto pressione l’executive director della NBPA, Billy Hunter, minacciando di fatto lo scioglimento dell’Associazione nel caso avessero ceduto alle proposte dei proprietari di scendere al di sotto del 52.5% del BRI.

Voci di corridoio riferiscono inoltre che anche tra i proprietari vi siano differenze di vedute, con gli owners dei piccoli mercati a rappresentare la cosiddetta categoria dei “falchi”. Un gruppo di circa una decina di loro, capitanati da Michael Jordan dei Bobcats (ora dalla parte dei “padroni”) sono apparsi irremovibili sulla proposta del 50/50. Ma l’impressione è che i proprietari costituiscano un gruppo molto più compatto rispetto a quello dei giocatori.

Tra questi ultimi sono molti quelli che sarebbero disposti a concedere qualcosina in più agli owners pur di giocare. “Accettiamo questo 51% e torniamo a giocare”, ha scritto Glen Davis su un noto social network.

Ad ogni modo la NBPA ha fatto sapere che non metterà ai voti la proposta inderogabile di David Stern. “Non accettiamo ultimatum”, ha chiosato senza mezzi termini Fisher.

Cosa succederà ora? La sensazione è che i proprietari non intendano nel breve periodo terminare la serrata. E’ evidente che gli owners sentono di avere il coltello dalla parte del manico e l’ultimatum ha come obbiettivo quello di mettere ulteriormente alle strette un Unione sempre più debole.

“Speriamo vivamente che l’Associazione Giocatori possa accettare la nostra proposta”, ha detto David Stern. Ma Hunter è letteralmente tra due fuochi: se accettasse, rischierebbe la decertificazione.

Non resta dunque che aspettare il prossimo mercoledì, il giorno del redde rationem. Ma alle condizioni attuali i presupposti di una rottura definitiva ci sono tutti e se davvero il 9 novembre non si troverà l’accordo, allora l’intera stagione sarà a rischio. VF

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